Up in the air

Ho visto un film “Up in the air”, il cui protagonista Ryan Bingham, è un tagliatore di teste aziendale, viaggiatore professionista, abituato a vivere tra aeroporti, alberghi e automobili in affitto e questo film mi ha catapultata al periodo pre – lockdown.
Un po’ per lavoro ed un po’ per piacere negli ultimi anni non ho trascorso molto tempo a casa e la vita di Ryan inizia a mancarmi, soprattutto quando devo cucinare!
Una delle prime lezioni imparate è che: “non è tutto indispensabile”.
Se ci pensate abbiamo gli armadi pieni di vestiti, o almeno io soffrivo di shopping compulsivo e non per colmare i vuoti dell’anima ma per colmare i vuoti dell’armadio stesso!

Scherzi a parte, neanche tanto, sono passata ben presto dalla valigia da 32 kg a quella da otto privilegiando così comodità e velocità. 
A proposito di quest’ultima, nel film c’è una scena in cui mi ci sono ritrovata perfettamente, la scelta della fila ai controlli. Mai accodarsi ad una famiglia con bambini, c’è il rischio che ne concepiscano un altro; mai gli anziani, “perdono così tanto tempo, dimenticando che gliene rimane poco” (cit.) ; gli asiatici, ecco se vedi degli asiatici, seguili! So che al momento quando nomini un asiatico ti viene prima in mente il contagio, ma è la verità, sono essenziali ed in un attimo sei verso il gate, sempre se non sia tu l’imbranato che ha dimenticato di togliere la cintura.

Ripercorrendo quei momenti, quando arrivavo a questo punto, ecco che mi sentivo alleggerita e compiaciuta. Avevo superato le mie piccole sfide: avevo sentito la sveglia delle quattro (“piccola sfida”, mica tanto), mi ero messa su un taxi e sostenuto una conversazione di spessore (tutto ciò che esulasse la scelta della colazione lo era), avevo ricordato passaporto, portafoglio e cellulare ed infine superato i controlli. Restava in sospeso solo una cosa, chiedersi perché puntualmente beccassi dei tassisti che mi raccontavano la storia della loro vita! Sorrido ed in fin dei conti mi fa anche piacere aver ascoltato storie come quella di Mario ex impiegato presso un’azienda metallurgica che ad un certo punto, per sua scelta, ha deciso di intraprendere completamente un’altra strada; quella di Stefano, un padre solo, alle prese con una figlia adolescente; Giovanni un anziano signore che per capire dove abitavo tirò fuori dal cruscotto una cartina cartacea della città, scusandosi perché troppo stanco per imparare ad usare quella “diavoleria di smartphone”; Daniele, ragazzo alle sue prime corse con tassametro e POS fuori uso che basò importo e saldo esclusivamente sulla fiducia data alla mia parola. E’ vero non erano tutti così, ho trovato anche quello incazzato col mondo; quello che inchiodó la macchina in strada e scese per urlare contro una ragazza che aveva appena preso a pugni in testa il suo cane perché non voleva attraversare la strada (gesto in parte giusto ma comunque strano) o quello che iniziò a parlarmi di teorie astrali o cose simili che “Paolo Fox spostati”.

Una volta in aereo, ecco che da li a poco sarebbe arrivato il momento che preferivo, il decollo! 

Sono due gli attimi che mi piacciono, quando si inizia ad accelerare, così veloce da riportarmi allo schienale e quando lasciata la pista si ha il vuoto allo stomaco. Questi mi inducono sempre alla stessa espressione aurea “che figata!”.

Sopra le nuvole, dove tutto è in standby, prima di recuperare un po’ di sonno, è d’obbligo guardare lo spettacolo fuori dal finestrino, dove il cielo si riempie di sfumature dai colori sempre nuovi, venature rosate alle prime ore del giorno o di arancio brillante al tramonto e le nuvole? Sembrano fatte di zucchero filato. 
                                                       
Mi manca volare, mi manca guardare scenari sempre nuovi dal finestrino, mi manca quel senso di gratitudine che ne consegue per essere lì da spettatrice e mi mancano le riflessioni del rientro.

Avrò vissuto momenti frenetici, avrò corso per una coincidenza, avrò perso un volo e magari anche una valigia ma tutto questo non è nulla in confronto a ciò che ti porti a casa, perché per quanto di lavoro o di piacere, un viaggio è sempre un’esperienza che ti porta a conoscere cose nuove, persone, modi di fare, culture e luoghi diversi. 
Un viaggio ti regala sempre un nuovo lato di te che va accolto e messo nel tuo bagaglio e poi, vogliamo parlare dello spettacolo che c’è li su?         
   
                                                              Dcheese
         






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